Blog · Miti da sfatare

La strategia del Networking

Tre idee sbagliate circolano da anni, anche fra professionisti. Una è falsa, una è vera ma per il motivo opposto a quello che si crede, e una è una scusa. Vale la pena separarle.

Pubblicato l'11 novembre 2021 · rivisto il 16 agosto 2026

Primo mito

«Non è una scienza»

Nell'immaginario comune il fare rete sta fra le materie che non si misurano. Una parte del motivo è concreta: la quasi totalità dei corsi di marketing aziendale non dice una parola su come si costruisce una rete di referenze.

Non perché sia impossibile, ma perché a lungo nessuno ha saputo come farlo in modo ripetibile — e perché la cultura d'impresa, su questo, è rimasta prudente.

Che cosa è successo nel frattempo

Che il metodo è diventato una disciplina con una Carta Fondativa, un lessico e sei leggi, e che i suoi risultati si misurano e si pubblicano — anche quando non convengono.

Non basta a farne una scienza dura. Basta a distinguerla da un'opinione.

Secondo mito

«È rischioso»

Questo è vero. Ma il rischio non è dove la gente lo cerca — ed è esattamente qui che l'articolo del 2021 aveva già visto giusto.

Come lo diceva allora

«Quando referenzi qualcuno è come se dessi via una parte della tua reputazione. Se fa un buon lavoro, tutto di guadagnato per la tua credibilità; se fa un lavoro scadente, la tua reputazione ne esce peggiorata.»

Ed è per questo che le referenze si scambiano solo dentro rapporti solidi: perché il rischio è reale e nessuno se lo assume per uno sconosciuto.

Come si chiama oggi

Sesta legge, la Legge del Rischio Referenziato: in ogni referenza chi rischia non è la persona referenziata, è chi la referenzia. È l'ultima nata delle sei, e non correggeva una legge esistente — nominava un principio che nessuno aveva ancora scritto.

Da lì discende il resto: chi presenta si chiama Connettore e non segnalatore, e la sua affidabilità si misura nel tempo invece che dichiararsi (Quinta legge).

Terzo mito

«Non è adatto a tutti»

Bisognerebbe essere estroversi, saper parlare in pubblico, trovarsi a proprio agio in una sala piena di sconosciuti. È la solita storia del «non sono capace», e non regge come giustificazione: nessuna di quelle abilità è innata, e tutte si allenano.

Parlare davanti a cento persone intimidisce, ed è normale. Esistono rimedi banali — preparare una traccia, parlare solo di ciò che si conosce davvero — e valgono per qualsiasi altro ostacolo.

Una nota che nel 2021 non c'era

Il mito è falso, e la scusa che maschera è a volte legittima: il fare rete come lo intendiamo di solito — eventi la sera, iniziativa personale, disinvoltura — premia un profilo preciso di persona.

La risposta non è dire a tutti di cambiare carattere. È costruire un sistema in cui una presentazione utile può nascere da una profilazione dichiarata invece che dalla capacità di lavorare una sala.

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